Piccola Bottega Baltazar

mare chiuso

di Stefano Liberti e Andrea Segre (2012)
69^ Mostra Internazionale del Cinema di Venezia – Proiezione speciale
Bari International Film Festival – Premio De Seta

Premio Libero Bizzarri – Miglior documentario
Maiori Film Festival – Premio Rossellini
22° Edizione Festival Cinema Africano, Asia e America Latina – Premi ACCRA e “Il razzismo è una brutta storia”

Bolzano Film Festival 2012 – Premi FiCE e Cassa di Risparmio di Bolzano
Globo d’Oro, premio Associazione Stampa Estera – Miglior Documentario
Bellaria Film Festival – Menzione speciale Morando Morandini
Ischia Film Fest – Menzione Speciale
Maratea Film Festival – Premio Agamar
Molise Cinema 2012 – Premio Giuseppe Folchi
Lo Sguardo di Omero – Premio Miglior Documentario

Regia Stefano Liberti e Andrea Segre
Con
Ermias Berhane, Omer Ibrahim, Roman Amore, Jemal Mohammed Omer, Bekit Saleh Okud, Shishay Tesfay, Tedros Ojbay, Gedey Bahlbi, Nathael Tedros, Yoel Tedros, Abdirahman,  Abdikadir, Foowis, Abu Kurke, Semere Kahsay, Tsige Kahsay, Nahere Kahsay
Produzione
ZaLab
Fotografia Matteo Calore, Simone Falso, Andrea Segre
Montaggio Sara Zavarise
Musiche Piccola Bottega Baltazar
Post produzione audio Riccardo Spagnol
Grafiche Marco Lovisatti
Distribuzione Zalab
Durata 60′
Genere
doc, social

Il documentario è stato realizzato con il sostegno di OPEN SOCIETY FOUNDATIONS e ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia e UNHCR.

Sinossi
In seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi del 2009, le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo sono state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Molti dei respinti, circa 2000 persone, erano richiedenti asilo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha recentemente condannato l’Italia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.


Tra il maggio 2009 e il 2010 diverse centinaia di migranti africani sono stati intercettati nel canale di Sicilia e respinti in Libia dalla marina militare e dalla guardia di finanza italiana; in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi tutte le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e perché tutti i testimoni sono poi stati destinati alla detenzione in Libia.

Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra in Libia, tutto è cambiato. Migliaia di migranti africani sono scappati e tra questi anche profughi etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo UNHCR di Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati. Nel documentario sono loro a raccontare in prima persona cosa vuol dire essere respinti; sono loro a descrivere esattamente cosa è accaduto su quelle navi. Sono quelle testimonianze dirette che ancora mancavano e che mettono in luce le violenze e le violazioni commesse dall’Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione. Una strategia politica che ha purtroppo goduto di un grande consenso nell’opinione pubblica italiana, ma per le quali l’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea per i Diritti Umani in seguito ad un processo storico il cui svolgimento fa da cornice alle storie narrate nel documentario.