Piccola Bottega Baltazar

ladro di rose

La Piccola Bottega Baltazar racconta storie legate all’attualità, tra fabbriche, orti ed ecomostri. Accostando all’originaria matrice folk generi musicali contemporanei e mescolando dialetto e italiano tratteggia un combattuto e sincero amore per la propria terra.

Produzione artistica di Carlo Carcano

sogno di maggio

Andavo a prenderla. Avanzavo a fatica, zoppicando, con una gamba ingessata, dovevo puntarmi alle stampelle. Nella piazza deser ta, la voce di un amico: “Hey, ma dove vai in

quello stato? Ma sei matto?”, ma non mi voltai. Albeggiava, e una pietra lungo il ciglio segnava mille miglia. Troppa strada ancora da fare, e lei mi stava già aspettando. Con affanno, cominciai a pedalare. Dalle stampelle erano spuntate due ruote, una bicicletta scassata, d’accordo, una Bianchi però! Ma c’avrei fatto una pessima figura.

D’un tratto un motorino tra le mie gambe cominciò a scoppiettare. Minuscolo, però funzionava! A pieni giri sfiorava i venti, ventidue all’ora. Ma sarei arrivato in tempo?

Un colpo di vento, e a uno scatto del mio polso la Ducati Monster fece un balzo nervoso in avanti.

No, non bastava ancora!

Sotto la pioggia, il tachimetro della mia Mustang metallizzata oscillava tra i 170 e i 180.

Sfrecciavo quasi precipitando nell’autostrada che – immensa! – mi si stringeva davanti quasi a inghiottirmi.

Mancava poco.

Mi tenni su bello dritto trattenendo con superbia le redini di otto cavalli bianchi. Il sole, alto, faceva scintillare le finiture dorate della carrozza imperiale.

La sua via finalmente, la sua casa. A malapena la mia locomotiva a vapore riuscì a entrare nel viale, fischiando. Le bandiere sventolavano in faccia alla folla accorsa. Circolazione bloccata, traffico in tilt, sindaco e prefetto in persona a protestare! Ma come videro la potenza del mio incrociatore Millennia improvvisarono un discorso di benvenuto.

Non li ascoltai.

Lei alla finestra sorrideva.

Diedi un ordine, i cannoni spararono quaranta colpi a salve. Le vetrate delle case intorno se ne andarono con un allegro tintinnìo.

Lei di lassù mi lanciò un fiore.

graziano: piatti banda

la donna del cowboy

Ti ho rapito alla vita bassa di una tribù di jeans, e sogni sgonfi lasciati sotto i banchi appiccicati. Poi ti ho presa per mano. Ci ha aper to la por ta un orso con l’auricolare, gli ho

ammiccato e ci ha fatti passare. Ti ho presa di sorpresa, con il bicchiere in mano nel parcheggio di un locale, sei la più bella, sei la donna del cowboy, siediti all’americana sulla sella, posa il viso al tatuaggio e stringiti, che inizia il viaggio.

Lo so, sarà per te che salirò tutte le scale, mettendo a fuoco il centro commerciale. Ogni bancomat mi obbedirà. Scapperemo da soli, noi due, a bordo di un por tavalori, e non impor ta se la gente inciampa o cade, se la gente griderà.

Ora la parrucchiera ti dice “Buonasera!”, e tua sorella finalmente lavora, ma non sarà abbastanza mai per la donna del cowboy. Come in un flipper, l’intero rione si accende mentre passiamo noi, e a forza di spintoni si vince la par tita, così a ogni colpo si vince un’altra vita. Sentiti i botti, la gente accorre per guardare, ma tiene gli occhi un po’ più bassi, bassi sempre un poco più dei tuoi. Non ti voltare, sei la donna del cowboy e niente più ti mancherà.

Nel cellulare, la mia foto in tribunale, e la consegna quotidiana di una borsa con la spesa anche dopo il funerale.

Lo so, sarà per te che salirò tutte le scale, mettendo a fuoco il centro commerciale. Ogni bancomat mi obbedirà. Scapperemo da soli, noi due, a bordo di un por tavalori. E non impor ta se la gente inciampa o cade, se la gente griderà.

Che sensazione! è un’emozione! Stringimi for te, e stammi più vicino, se casca il mondo…

la campana de bassan

Soto el ponte de Roana sòfia for te a tramontana, sòfia e tanti ani fa sensa divisa passava un soldà. Soto el ponte vien quasi sera, se lo ciapa la Banda Nera, co la mor te che roba la

xente, volta la car ta ghe xe pì gnente.

“Adio le tose bionde, le xe tute vagabonde. Adio le tose more, le xe tute traditore. La campana de Bassan la sonerà doman.”

Con un gropo streto in goa, coi scarponi a picolon, bianco de sangue, rosso de vin, cossa penseo el soldatìn? Cossa penseo el soldatìn?

“Adio le tose bionde, le xe tute vagabonde. Adio le tose more, e a tuto questo amore così raro e ingannatore. Va là, va là, putèo”…

T tutù cavalo

Ndaremo fino a Malo

Ndaremo fino a Schio

Po tornaremo indrìo

Coparemo tutti quanti

S-ciopo davanti

Sangue par tera

Sangue par man.

Pin-pum-pan.

“Adio le tose bionde, le xe tute vagabonde. Adio le tose more. Adio a le bele pute e ai fiori dele suche.”

E dorme el soldatin in brasso ala so mama, che pian pianeo lo ciama. E la campana de Bassan, i la sente in Altipian.

sergio:glockenspiel.

giorgio-graziano-carlo: claps e snaps.

carlo: giocattolame.

margherita gobbo: voce soldatìn

l’ombra del caliburo

Un giorno un grand’uomo ebbe un’idea: fece una buca di sedici metri, scavò profondo tra un melo ed un pero piantando nel mezzo un bel Caliburo. L’opera stramba era fatta di strati: zinco, carbone e legni pregiati. Unico dubbio della modernità, l’ombra allungava tre metri più in là. Non era tanto per i campi di grano o quell’odore che sapeva di guano, ma ad alcuni venne un attacco di bile quando poi l’ombra coprì il campanile.

Il prete disse: “Lasciate che sia, ne parleremo in sacrestia, ne parleremo magari domani.” E l’ombra coprì anche i suoi parrocchiani.

Dopo tre giorni il buio allungò, si prese il fiume, le case e i rondò. Il sindaco disse: “Che problemi ci sono? Magari fra un anno faremo un condono.”

Un vecchio disse, con nostalgia: “Ne ho viste tante in vita mia, che arrivi pure in fondo alla via, senz’altro farà un poco di compagnia.”

Al bar si commenta: “Perché ‘sto baccano?” è cer to che l’ombra non può andare lontano, ma quella avanzava e nel giro di un mese la sagoma scura si prese il paese.

E ancora qualcuno ha strane pretese: vorrebbe vedere la luce del sole! Ma gode – si sa- mala reputazione chi non si abitua alla rassegnazione.

dolce corpo di sposa

Dei rimproveri che mi fai – e cer ti non li discuto – ce n’è uno che, quando arriva, mi fa male come il gelo: l’inverno sulle dita, mi fa pensare al nulla, la distanza tra le galassie, quello

che intravedo nel tuo sguardo in questo istante, lo sguardo di un amante legato troppo stretto, il terrore del capretto. E ti squilla il cellulare. Mio dio, non so che fare. Mi manca già il rossore che accendeva le tue gote e il tuo sorriso.

Dolce corpo di sposa, fasciar ti nel mio calore naturale.

E allora pensarlo ancora una volta, di aver ti per livore, di sporcar ti ancora il viso, le braccia tonde e nude, poi il mantice del seno, più bianco nelle tue mani, le tue mani

d’alabastro che domani non potranno più sfogliare il quotidiano. Ecco, sale un ascensore e a me prende un dispiacere tra lo stomaco e il cuore. è il rimorso senza fine di non poter

più far ti piangere, per poi piangere con te.

E ora cercare e non trovare più la quiete che sbroglia i nodi. Quando insolente dicevo:

“Dolce corpo di sposa, fasciar ti nel mio calore naturale. Dolce corpo di sposa, dolce corpo di sposa, dolce corpo di sposa.”

graziano: barattoli, shakerame, tom grave

barche e nuvole

A piedi o col risciò, in moto e in canoa, in bici o in metrò io prenderò la via. Per te, io viaggerò. No, non mi fermerò. In carrozzella, sì, poi con la gondola, oppure con gli sci, magari

in pedalò, e se anche sbaglierò ripar tirò, vedrai.

E in mare nuoterò tra barche e nuvole, col vento correrò per arrivare a te, più a Sud ti ritroverò.

E quando arriverò sarò già vecchio, ormai, pensando al viaggio poi io ti ringrazierò dei calli come cuoio, del cuore fragile.

Ma i monti salirò tra mughi e larici, i massi sposterò per arrivare a te. Lassù ti ritroverò, e in mare nuoterò tra barche e nuvole. I monti salirò per arrivare a te. Per ritrovare te.

graziano: darabukka

nostra signora delle antenne

A chi offre massaggi o cura tutti i mali, a quelli sempre in onda sulle tv locali, a quello che ci tiene alla purezza della lingua, a quello che ha paura che la nutria si estingua, a chi ha da far la spesa ma non molla mai il carrello, a chi fa carità, a chi va in pellegrinaggio, a quelli che non sanno mai decidersi a par tire, a quello che è arrivato e ora si è pentito, a chi coltiva l’or to dietro al capannone, a chi ha il marito a carico e in fabbrica un padrone, a chi ha paura degli zingari e sta chiuso in casa sua, a chi una zona industriale gli mette allegria, a quelli che ripetono: “Xe tuta na busa,” a quelli W Mao, a quelli Forza Usa, a quelli in imbarazzo perché c’è la protesta, a quelli con il caccia che gli sfreccia sulla testa, a quelli sciolti in coda sulla jesolana, a chi bussa in sindacato il fine settimana, a quelli che non ne possono più di far le scale, a quelli in auto blu 180 in tangenziale, a chi ne ha abbastanza di stare sul

muletto, a chi è sceso in piazza perché la famiglia è tutto, a chi non festeggia la Liberazione, a chi “Tutti rieste ore 10 in stazione”…

Volgi il tuo sorriso, Madre Nostra, Signora delle antenne. Volgi il tuo sorriso, Madre Nostra, Signora delle antenne.

A chi dice: “Il guadagno va ¾ allo Stato,” a chi Orwell l’ha letto, a chi se l’è scordato, a quelli con la tesi sullo stato di diritto, a chi piace il radicchio, a chi vuole lo sceriffo, a chi dice: “Da ‘sta fogna vorrei tanto andare via,” a quelli che si fanno una striscia in compagnia, a quello con la ditta che cambia spesso di sede, a quella innamorata, a quella sul marciapiede, a quella che mi ha detto: “I negri sanno odore,” a chi non l’ha mai avuta la benzina nel trattore, a quelli che al mercato parlano bene dei figli, a quelli che vorrebbero vestirli da conigli, a quelli che sbadigliano in consiglio comunale, a chi le vuole in carne e universitarie, a chi all’aperitivo conosce le ragazze, a chi ha ordinato lo sprizzetto? Chi ha pagato le tasse? A chi offre da bere perché ha passato l’esame, a chi è in fila per pisciare, a chi aspetta in ospedale, a chi fa la for tuna della telefonia, a chi ha messo in rete il filmino della zia, a chi addenta un kebab, a chi ha la sciarpa di seta, a chi mangia un insalata o va sui colli in bicicletta, a chi dice che in banca sono ladri sfrontati, a chi ha bisogno di contanti, a chi ha i figli sistemati…

Volgi il tuo sorriso, Madre Nostra, Signora delle antenne. Volgi il tuo sorriso, Madre Nostra,Signora delle antenne.

A chi manda sms alla trasmissione, a chi vuole indietro l’Istria, a chi fa rivoluzione, a chi alleva gli struzzi, a chi vorrebbe il leone, a chi manda avanti gli altri a occupare il capannone, a chi scopre di avere una figlia ambientalista, a chi piuttosto gay, a chi meglio comunista, a quello che ti dice: “Ci vuol moderazione,” a chi ha investito un immigrato, a chi è nato in meridione, a chi si sveglia in ansia per le vocazioni, a chi aumenta con piacere le proprie espor tazioni, a quelli che ce l’hanno, un santo su in Regione, a chi si scandalizza, a chi aspetta la pensione, a chi è roso dal rancore, a chi ti prende per il sedere, a chi il vescovo gli insegna le buone maniere, a chi va a lavorare, a chi prende il vaporetto,

a chi entra in teatro e non paga mai il biglietto.

sergio: soundscapes, detriti strumentali

le rose d’ogni mese

Le rose d’ogni mese no le perde mai el color, no le perde mia l’odor. E mi, par un bacin, par un bacin d’amor, no perdo mia l’onor. Come le rondinele, in aria con le aline, anche a le

moretine ghe piaxe far l’amor. Se i me fradei lo sa, te farà cambiar paese, ma le rose d’ogni mese le voglio per cantar!

Avevo quindic’ani, ti ho dato la manina, par tre giosse de rugiada sui petali bagnài. Adesso che ne ho venti e che no so’ regina, mi alzo la matina, me toca lavorar.

Se a me non mi credete, entrate in casa mia: tre sedie sgangherate e un secio taconà, e l’afito de la casa l’è ancora da pagare. Ma le rose d’ogni mese le voglio per cantar!

graziano: piatti banda.

mela di newton-bottega-carlo-elena: coro

ossigeno (destino determinato)

Chi ci difenderà dall’urgenza delle presse, dall’altezza dei tralicci, dai morsi della corrente? Quale mano fermerà la precisione della lama? E chi ci accoglierà con mani sulle spalle? Accomodatevi, ecco la nuova fabbrica, fermatevi alla mensa che tempo ce n’è.

Tempo sgualcito, tempo fatto a pezzi e risaldato, rubato a noi due, alla gita al supermercato. Tempo uncinato, lancetta nel costato, rubato ai f ilm della domenica mattina, ai giochi

della notte, f iato rubato al f iato.

Ossigeno!

Ma oggi è diverso, oggi ci sono i giornalisti, le donne, i curiosi, le luci, i turisti a guardarci da vicino e chiedersi perché. Eccoci, siamo attori di telenovela, acrobati del circo senza

rete, tegole cadute dal tetto, memoria senza caschetto.

Tu portami al paese senza campanelli, senza sirene, senza cancelli. Prendimi quandocado, ripor tami su, in un paese che non sia truccato, che non sia in ostaggio, che abbia più f iato.

Ossigeno!

se una notte d’inverno

se una notte d’inverno hai sbagliato, non ti perdonerò. Guardo fuori e la neve si è sciolta: forse mi bagnerò.

se una sera d’autunno ingiallito io ti sorriderò, metterai le castagne sul fuoco: forse mi scotterò.

se in un giorno di marzo è sbocciata la tua storia con lui, ciò vuol dire che non ti ho capita nei momenti più bui.

se un mattino d’estate è finita, riuscirò – amore mio – a scordare il tuo viso impaurito e la mia gelosia?

sergio: piano elettrico.

giorgio: flauto dolce.

graziano: scatola di cartone.

stefania dorme vestita

Stefania dorme vestita, si sveglia e non sa dov’è. Dovrebbe dar retta al suo medico e non trascurarsi così. A lei viene quasi da ridere, quando pensa a lui che dice: “Siamo tutti

malati,” da dietro la scrivania.

Ma è solo un po’ di mal d’amore, del resto si sente benone. La nebbia che monta dal fiume le canta una vecchia canzone. Si accende un’altra MS, sorseggia un goccio di tè, gli uffici dell’ospedale han chiuso verso le tre.

è cer ta che non sia illusione l’alone del fiato sul vetro, la sagoma opaca in cor tile che quieta la invita a danzare.

è solo un po’ di mal d’amore, la causa dei giorni bui. è solo un po’ di mal d’amore, la causa dei giorni bui.

è solo un po’ di mal d’amore, la causa dei giorni bui.

Vorrebbe dirlo, al dottore, che si è innamorata di lui.

nella casa del fauno

Vi accompagno nella casa del fauno. Qui i muri han visto tutto, ma non lo diranno. Mi alzo in punta di piedi, sfioro la maniglia. Lacrime dal lampadario, odore di candeggina. Un cal-

zascarpe, asciugamani, e qui ogni notte lascia al mattino un po’ di buio sulle mani. Questa è la macchina da scrivere che mi ha insegnato a balbettare. Sul letto, macchie di melograno e

l’ombra di chi per primo mi ha preso per mano.

E qui l’amore è un cavallo scosso. La prima frustata è bastata, la seconda non lo fermerà. Ti brucia come lava, ti inchioda dove sei e ti

respira addosso. Nella casa del fauno l’amore ha la pelle dell’orso.

Ma una mano imbratta l’altra, e la paura ci mette i coperchi. Come si dice: “Col tempo si impara che la bestia è di casa, che è pesta e confusa, e quando non sbrana, a volte, fa le fusa. Dietro allo specchio la stessa ferita, e non si lava più il buio rimasto tra le dita. E chi ci indicò la strada già ci aspetta in fondo alla via. Vi accompagno alla casa del fauno, vi accompagno a casa mia.

E qui l’amore è un cavallo scosso. La prima frustata è bastata, la seconda non lo fermerà. Ti investe come lava, ti inchioda dove sei e ti respira addosso. Nella casa del fauno l’amore

ha la pelle dell’orso.

giorgio:pads chitarra elettrica, glockenspiel, mandolino

graziano-sergio-antonio-marco: noise strumentale

ferragosto nell’orto

Fresca è l’acqua del tuo pozzo, nell’arsura di questo mio agosto, mentre il tuo geranio rosso, in mezzo alla verdura, fa festa nel tuo or to. Meraviglia, agli occhi miei, le tue susine, calde di sole che tu por ti alla bocca. Sullo sfondo, distanti vette alpine e tutta la voglia del cielo che

le tocca (con un raggio di miele, l’estate cola).

è l’abito leggero e il tuo incedere di brezza, che suggerisce un ritmo che il cuore mi accarezza. Mi dà l’intonazione per un canto antico e bello che gonfierà la vela, la vela al mio battello. Gialli peperoni, viola melanzane e gentili le insalate, di verde striate. Bellezza un poco cruda, che mi guardi oltre la rete, l’acqua del tuo

pozzo – non lo sai – fa venir sete.

carlo: flexatone solo.

graziano: vibraslap,

flexatone. giorgio: pollame

strologo

Fredo seco de zenaro: sachi pieni nel granaro, ma non dirlo mai ai parenti, né ai ministri competenti. Vecchio amico mio, gennaio, vecchia ombra nel pollaio. Quando riva Sant’Agnese el fredo va su le siese. Se le siese no le xe fate, el va su par le culate. Bisognava pensarci prima, ah! saperci pensar prima!

Febraio febraieto, scor tega el musso e’l cavareto. Xe cor to, febraro: meso dolce, meso amaro. Come il liquore dentro al bicchiere, son mezze vuote cer te sere.

Marso mato e baerìn, piova, vento e gran casin. Tanti i dixe che sia nati proprio a marso, i sindacati. Andavi a lavorare, in cucina un pacco di roba da stirare, niente ar ti, dottrine né scienza, la tua arma si chiamava pazienza. E nelle tue mani io sono cascato, come un pero, cascato.

Riva aprìe coi so f iori, coi poeti e i cantautori. T i scrive e tuti i sona: semo un popolo de mona.

Maggio umido impoverìsse, maggio seco no arichìsse. Maggio mese maledetto, despoiarse pian pianeto, che a spogliarmi per davvero tu c’hai messo un anno intero. Tu c’hai messo un anno intero, ogni giorno un giorno in meno.

Giugno ga tesori in pugno: raccolti e promossion, matrimoni e delusion. Raccolto nella tua mano, scivolavo via pian piano. Era un giorno chiaro d’estate. Tua madre, coi f iori di zucca, cuoceva frittate. E sorridevo sicuro di me nel veder ti tracciare un segno a matita sul calendario.

Taca in luglio el spolvaròn, va in vacanza na nassiòn. Passa el mese da cristiani, stando a casa soeo che i cani.

Brilla agosto in un istante: sguardo di bella passante.

Aria fresca settembrina dissolve i sogni alla mattina. Chioggia, Grado, Pellestrina, Caorle, Lido, Rosolina. Sopra il muro un’ombra bruna, io vegliavo con la luna.

Con otobre a San Simon, de ogni gaeo se fa un capon, e col resto dele bale i fa su un telegiornale. Io vorrei poter mentire, ma pur troppo non so dire.

E arrivava il mese dei mor ti. Riponevi in armadio nervosa dei calzoni cor ti.

A novembre ti sei distratta. Musi lunghi e giorni brevi, giorni neri di caldarrosta, e qualche ultimo giro di giostra.

Dicembre dicembrin, no se semina un graneìn. Massa fogo de stua xe cativo, de radicio no essar privo. Per regalo di Natale tu mi hai chiesto di restare.

Mi sembrava così strano, mentre singhiozzavi piano.

Dura un ano tante robe, fora e vece dentro e nove. Ci son voluti altri sei giorni, e sarà diff icile che io ritorni.

Ora è tardi e tu non dormi, ma sarà diff iicile che io ritorni.

Sarà molto diff icile che io ritorni.

giorgio: acqua.

carlo: aria.

graziano: terra

san martino

Verrà San Mar tino, e noi raccoglieremo nello stesso sacco lo stesso destino. Verrà San Mar tino, e io e te metteremo di nuovo nel sacco il destino.

è tutto in prestito, tutto è a metà e va riconsegnato in ottimo stato. Dove c’è strada tornerà campagna, rimetteremo le spine alle castagne, i fiori alle corolle, i nidi ai pettirossi, la nebbia ai fossi, il fumo alle zolle.

E questo è tutto quel che ho per te, è tutto quel che ho per te.

Verrà San Mar tino, e noi raccoglieremo nello stesso sacco lo stesso destino. Verrà San Mar tino, e io e te metteremo di nuovo nel sacco il destino.

Darà di matto il gufo reale, senza il rumore della statale. Circospetta ci guarderà la civetta riconsegnare il buio alla sera. Da così tanto tempo la rondine aspetta il vento, e il vento primavera.

E questo è tutto quel che ho per te, è tutto quel che ho per te.

Verrà il padrone a controllare. Ci guarderà par tire, e chi già viene troverà il letto di pannocchie su cui ci siamo stretti, l’ombra per riposare, l’orizzonte così lungo, così lungo da guardare.